Affida al giornale “Repubblica” il suo pensiero della vicenda spiagge libere e diritti dei cittadini che tiene banco a Castellammare grazie ai blitz del deputato di AVS Francesco Emilio Borrelli sugli arenili stabiesi, i lidi privati e relativi parcheggi abusivi,
Le spiagge non sono un privilegio. Sono un bene comune.
Le incursioni dell’onorevole Francesco Emilio Borrelli sulle spiagge napoletane hanno avuto un merito: hanno riportato sotto gli occhi di tutti una realtà che tutti conoscevano e che, per troppo tempo, è stata tollerata. Battigia negata, accessi impediti, abusi sul demanio, concessionari che finiscono per sentirsi proprietari di un bene che proprietario non ha, perché appartiene alla collettività.
Non è una scoperta di oggi.
Vent’anni fa, da consigliere regionale, presentai una proposta di legge, poi inserita nella legge finanziaria, proprio per ribadire un principio già contenuto nella normativa nazionale: il diritto di ogni cittadino ad accedere liberamente alla battigia e la tutela dell’arenile libero. Quella proposta nasceva dopo aver constatato come, lungo gran parte del litorale campano, perfino il semplice raggiungere il mare fosse spesso subordinato al pagamento di un ingresso.
Sia chiaro: non è una guerra tra ricchi e poveri. Non è una crociata contro gli imprenditori balneari, molti dei quali lavorano seriamente, investono e offrono servizi di qualità.
Il punto è un altro.
Le spiagge sono un bene comune. E un bene comune non può essere sottratto alla collettività. La concessione non trasferisce la proprietà: affida temporaneamente la gestione di uno spazio pubblico nell’interesse generale. Quando quel confine si perde, quando si impedisce il passaggio, si occupa la battigia o si considera il mare un cortile privato, non si difende un’impresa: si calpesta un diritto.
Per questo credo sia arrivato il momento di riformare davvero il sistema delle concessioni. Anche i canoni devono essere ripensati: è difficile giustificare importi irrisori a fronte di fatturati molto elevati.
Basta pensare a un paradosso che dovrebbe far riflettere. Un inquilino di una casa popolare che lavora e paga regolarmente il proprio canone, in molti casi versa in un anno più di quanto paghino alcuni concessionari balneari per occupare tratti di costa dai quali incassano cifre importanti, con lettini e ombrelloni affittati a prezzi sempre più elevati. Non è una questione di invidia sociale. È una questione di equità e di buon senso.
Un criterio più equo sarebbe legare il corrispettivo pagato allo Stato alla reale capacità economica dell’attività, cioè anche al fatturato. La discussione, però, non può fermarsi ai soldi.
La questione è culturale e democratica. Il mare non è una merce. È parte del nostro patrimonio naturale, paesaggistico e civile. Le spiagge non appartengono ai concessionari. Appartengono a tutti.
Ed è proprio per questo che lo Stato ha il dovere di far rispettare le regole, senza ambiguità e senza zone franche. Perché un bene comune smette di essere tale nel momento in cui si accetta che qualcuno possa comportarsi come se fosse suo.
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