Innanzi tutto Russo ha voluto ringraziare “davvero tutti i partecipanti di ieri” ed ha ricordato l’appuntamento del 22 alle ore 18:00 con Josi Della Ragione. E poi, avendo ricevuto tantissime richieste del testo del suo intervento l’ha postato sul suo profilo. Ecco il testo integrale del suo discorso:
PER UNA CITTA’ LIBERA
Buonasera a tutti.
E grazie. Davvero, grazie per essere qui.
Ho voluto questo incontro e ho deciso di far sentire la mia voce perché credo che vi siano momenti, nella vita di una comunità, nei quali il silenzio non è più prudenza.
Rischia di diventare rassegnazione.
E credo che questo sia uno di quei momenti.
Il nostro Comune è stato sciolto, per la seconda volta, per infiltrazioni della criminalità organizzata.
Fermiamoci un momento su queste parole.
Per la seconda volta.
Non possiamo pronunciarle come se stessimo semplicemente dando una notizia.
Non possiamo abituarci.
E soprattutto non possiamo aspettare che passi il tempo, che l’emozione si attenui, che altre vicende occupino le pagine dei giornali e che tutto, lentamente, ritorni come prima.
Perché sapete qual è, a mio giudizio, il pericolo più grande? Che tutto ritorni come prima.
Prima di ogni altra cosa, voglio per l’ennesima volta chiarire il senso della mia presenza e dell’iniziativa che ho voluto promuovere.
L’ho detto sin dal primo momento e voglio ripeterlo, con assoluta chiarezza, questa sera davanti a tutti voi:
Io non sono qui per candidarmi a nulla e non voglio fare il Sindaco. Vorrei non doverlo ripetere più: io posseggo pochissime cose cui attribuisco un grande valore. Una di queste è la mia parola.
Non cerco uno spazio politico.
Non intendo costruire una lista.
Non voglio diventare il punto di riferimento di uno schieramento.
E lasciatemi dire una cosa: Se alla fine di questo percorso tutto si risolvesse nell’aver messo un nome in più su una scheda elettorale, avremmo fallito.
Io voglio esattamente il contrario.
Vorrei che emergessero cento, mille cittadini in più disposti a occuparsi della propria città.
Non voglio sostituirmi alla politica. Non è il mio compito e assolutamente non è la mia aspirazione ma non voglio nemmeno avere paura di pronunciarla questa parola: “politica”
Vorrei contribuire, insieme a voi, a creare le condizioni perché la politica torni ad essere il luogo nel quale le energie migliori di questa comunità possano incontrarsi, confrontarsi e assumersi la responsabilità di costruire il futuro.
Perciò questa sera non nasce un movimento elettorale.
Nasce, spero, una domanda.
Come è stato possibile che sia accaduto di nuovo?
E ce n’è una seconda, ancora più importante:
che cosa possiamo fare noi perché non accada mai più?
Comprendere prima di giudicare
Da magistrato, rispetto a quanto successo, sento particolarmente forte il dovere di distinguere i piani.
Un provvedimento di scioglimento di un’amministrazione comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata non è una sentenza penale.
Questa sera non celebriamo un processo.
Non distribuiamo patenti di colpevolezza o di innocenza.
E soprattutto non dobbiamo trasformare la relazione sullo scioglimento in un catalogo dal quale ciascuno estragga il nome, il fatto, l’episodio che gli serve per colpire il proprio avversario politico. E’ stato sbagliato farlo nel 2022 e sarebbe sbagliato farlo ora.
Sarebbe troppo facile e sarebbe il modo peggiore di affrontare quello che è accaduto.
Dobbiamo fare qualcosa di molto più impegnativo.
Dobbiamo capire.
Dobbiamo leggere quelle pagine come una radiografia della nostra città.
E una radiografia, qualche volta, può essere dolorosa.
Ma una radiografia non si fa per condannare il malato.
Si fa per capire dove intervenire.
E allora la prima forma di legalità, oggi, è la conoscenza.
Dobbiamo sapere che cosa è accaduto.
Dobbiamo comprendere quali meccanismi abbiano consentito determinate interferenze; quali debolezze dell’amministrazione le abbiano rese possibili; quali controlli non abbiano funzionato; quali anticorpi istituzionali e sociali siano risultati insufficienti.
Senza pregiudizi.
Senza usare ciò che è accaduto per regolare conti politici.
Ma anche senza nascondere nulla sotto il tappeto.
Perché non esiste ricostruzione senza verità.
E adesso vorrei farvi una domanda più scomoda.
Possiamo davvero pensare che tutto questo riguardi soltanto coloro che amministravano?
Possiamo pensare che riguardi esclusivamente la politica?
Possiamo raccontarci che la criminalità organizzata sia qualcosa che viene dall’esterno, entra nel Comune e poi scompare quando il Comune viene sciolto?
Io credo di no.
Ma voglio essere altrettanto chiaro su un altro punto.
Non siamo tutti colpevoli.
Sarebbe falso e sarebbe profondamente ingiusto dirlo.
La responsabilità penale è personale.
Le responsabilità politiche vanno individuate e valutate secondo le regole della democrazia.
Ma c’è una differenza fondamentale tra colpa e responsabilità.
Come insegna la filosofa Arendt va rifiutata l’idea stessa di una colpa collettiva.
La colpa individua sempre qualcuno.
Riguarda ciò che una persona ha fatto.
È personale.
La responsabilità è qualcosa di diverso.
Può riguardare anche il nostro appartenere a una comunità e il nostro rapporto con quel mondo comune che condividiamo.
Questa distinzione è importante.
Non siamo tutti colpevoli.
Ma siamo tutti responsabili del futuro di questa comunità.
Questo sì.
Non dobbiamo assumerci colpe che non abbiamo.
Dobbiamo assumerci la responsabilità di ciò che faremo dopo quello che è accaduto.
Perché dopo un secondo scioglimento nessuno di noi, credo, può sentirsi estraneo alla responsabilità di capire e di reagire.
Una comunità deve avere il coraggio di interrogarsi anche su se stessa.
Sui propri silenzi.
Sulle proprie abitudini.
Sulle convenienze.
Sulla rassegnazione.
Sul modo in cui scegliamo la nostra classe dirigente.
Sul rapporto che abbiamo costruito con la cosa pubblica.
E soprattutto dobbiamo interrogarci su quella trasformazione lenta, quasi impercettibile, attraverso la quale una comunità può finire per considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere.
Questo esame non deve servire a colpevolizzarci.
Deve servire a renderci più consapevoli.
E, soprattutto, più forti.
Gli spazi lasciati vuoti
La criminalità organizzata non vive soltanto della propria forza.
Vive anche delle debolezze degli altri.
Occupa gli spazi che le istituzioni lasciano vuoti.
Si alimenta della cattiva amministrazione, della fragilità dei controlli, delle relazioni opache, della ricerca della scorciatoia, del favore che sostituisce il diritto.
Ma si alimenta anche dell’indifferenza.
Della convinzione che occuparsi della cosa pubblica sia inutile.
Dell’idea che tanto non cambierà mai nulla.
E forse è proprio questa la vittoria più pericolosa che una organizzazione criminale possa ottenere su una comunità: non quando riesce a intimidirla, ma quando riesce a convincerla che reagire sia inutile.
Per questo credo che la nostra prima battaglia debba essere contro la rassegnazione.
Vorrei anche evitare un altro equivoco.
Sarebbe facile, dopo quello che è accaduto, pronunciare parole contro “la politica”.
Io non lo farò.
Non credo a una società civile che si proclami pura e consideri impura la politica.
Una democrazia senza politica è una democrazia più debole.
La politica è necessaria.
I partiti sono necessari.
La rappresentanza è necessaria.
Ma proprio per questo, dopo ciò che è accaduto, abbiamo il diritto di chiedere alla politica e ai partiti uno sforzo straordinario.
E allora voglio rivolgermi direttamente a loro perché li so presenti qui stasera
Apritevi.
Cercate competenze.
Cercate persone libere.
Abbiate il coraggio di rinunciare alle rendite di posizione.
Non abbiate paura di lasciare spazio a chi non appartiene agli apparati.
E soprattutto:
non scegliete soltanto chi porta voti.
Cercate chi porta idee.
Chi porta capacità.
Chi porta credibilità.
Quando costruirete le candidature, non chiedetevi soltanto:
“Quanti voti può prendere questa persona?”
Chiedetevi anche:
“Quale esempio può rappresentare questa persona?”
Perché questa città, dopo due scioglimenti, non può permettersi semplicemente una nuova amministrazione. Ha bisogno di una nuova classe dirigente.
E noi cittadini?
Ma sarebbe troppo comodo fermarci qui.
Perché non possiamo chiedere alla politica di cambiare continuando a guardarla dalla finestra.
Non possiamo lamentarci della qualità della classe dirigente e poi lasciare soli quelli che accettano la fatica dell’impegno pubblico.
E allora questa sera voglio rivolgermi soprattutto a chi pensa che tutto questo non lo riguardi.
Alle donne e agli uomini che lavorano.
Ai professionisti.
Agli insegnanti.
Agli imprenditori e ai commercianti.
Ai giovani.
Alle associazioni.
Al volontariato.
A chi possiede competenze e non le ha mai messe a disposizione della propria comunità.
E soprattutto a chi, almeno una volta, ha detto:
“La politica non fa per me.”
Forse è arrivato il momento di ripensarci.
E attenzione: non sto dicendo che dobbiate candidarvi.
La partecipazione non comincia e non coincide con una candidatura e non finisce dentro una cabina elettorale esprimendo il proprio voto.
Partecipare significa informarsi.
Controllare.
Proporre.
Discutere.
Pretendere.
Mettere a disposizione competenze.
Essere presenti.
Perché, se vogliamo davvero cambiare qualcosa, le energie migliori di questa città devono accettare il rischio dell’impegno.
Ed è questo, in definitiva, il motivo per il quale ho convocato questa assemblea.
Credo che questa città abbia bisogno di un nuovo patto.
Non sto parlando di un’alleanza elettorale.
Non di una coalizione.
Non di un accordo tra gruppi.
Sto parlando di qualcosa che venga prima delle elezioni e che sia capace di sopravvivere alle elezioni.
Un patto tra cittadini, associazioni, professioni, scuola, impresa, volontariato e politica.
Possiamo pensarla diversamente su moltissime cose.
Possiamo dividerci sulle politiche sociali.
Sull’urbanistica.
Sullo sviluppo economico.
Sulle priorità amministrative.
Ed è giusto che sia così. Questa è la democrazia.
Ma prima di dividerci sulle risposte, dobbiamo essere capaci di riconoscerci in alcune cose che vengono prima.
Trasparenza.
Competenza.
Interesse pubblico.
Libertà da ogni condizionamento.
Rifiuto del favore come sistema di relazione con l’amministrazione.
Rifiuto di qualsiasi mediazione con il potere criminale.
Controllo dei cittadini sull’esercizio del potere.
Su queste cose non dovrebbero esistere maggioranza e opposizione.
Dovrebbe esistere una comunità.
Una espressione è da troppo tempo presente nel linguaggio di questa città: “che me ne fotte!”
“Non mi riguarda.”
E forse è proprio questo il primo muro da abbattere.
Perché quello che accade al nostro Comune ci riguarda.
Come vengono spesi i nostri soldi ci riguarda.
Come viene amministrato il nostro territorio ci riguarda.
Chi scegliamo per rappresentarci ci riguarda.
La qualità delle nostre istituzioni ci riguarda.
La reputazione della nostra città ci riguarda.
E soprattutto:
il futuro dei nostri figli ci riguarda.
In questi giorni sentiremo pronunciare molte volte la parola “legalità”.
È giusto.
Ma vorrei provare ad andare oltre questa parola.
Perché legalità rischia qualche volta di diventare un’espressione astratta, rituale, perfino rassicurante.
Io credo che la parola che dobbiamo recuperare sia un’altra.
Libertà.
Perché la camorra, prima ancora di produrre illegalità, toglie libertà.
Toglie libertà alla politica quando condiziona il consenso.
Toglie libertà all’amministrazione quando trasforma un diritto in un favore.
Toglie libertà all’imprenditore quando altera la concorrenza.
Toglie libertà al cittadino quando lo costringe a cercare una mediazione per ottenere ciò che dovrebbe spettargli per diritto.
Toglie libertà ai giovani quando insegna loro che le relazioni contano più del merito.
E toglie libertà a un’intera comunità quando riesce a convincerla che il futuro sia già scritto.
E allora il progetto che dobbiamo costruire non è soltanto quello di una città più legale.
È il progetto di una città libera.
Libera di scegliere.
Libera di premiare il merito.
Libera di costruire sviluppo.
Libera di dire di no.
Libera, soprattutto, di immaginare il proprio futuro senza chiedere il permesso a nessuno.
E allora, per concludere, torno al punto dal quale sono partito.
Io questa sera non vi chiedo di seguire qualcuno.
E certamente non vi chiedo di seguire me.
Smettiamo di inseguire e risolvere tutto nella ricerca di un leader cui affidare il nostro destino collettivo. Andreste a cercarlo se riguardasse il vostro destino individuale o quello della vostra famiglia?
Un Comune sciolto due volte per infiltrazioni camorristiche non è una notizia che possiamo aspettare che passi.
È una domanda rivolta a ciascuno di noi.
Dobbiamo conoscere quello che è accaduto.
Senza sconti e senza strumentalizzazioni.
Dobbiamo pretendere dalla politica che scelga le persone migliori.
Ma dobbiamo anche chiedere alle persone migliori di non sottrarsi all’impegno.
Dobbiamo ricostruire la fiducia nelle istituzioni senza essere ingenui sulle loro debolezze.
Dobbiamo tornare a considerare la cosa pubblica come qualcosa che ci appartiene.
E soprattutto dobbiamo liberarci da un’idea terribile.
Che nulla possa cambiare.
Io non so chi governerà questa città domani.
E questa sera, credetemi, non è questo che mi interessa.
Mi interessa sapere quale città sarà governata.
Se da questa ferita sapremo far nascere partecipazione, competenza, responsabilità e una nuova domanda di buona politica, allora questo secondo scioglimento non sarà stato soltanto una delle pagine più dolorose della nostra storia.
Potrà essere ricordato anche come il momento nel quale questa comunità ha deciso di cambiare.
E forse, un giorno, potremo guardare a quello che è accaduto non soltanto ricordando il secondo scioglimento del nostro Comune.
Ma ricordando il momento nel quale gli Stabiesi decisero che non ce ne sarebbe stato un terzo.
Nessuno può garantirci che ci riusciremo.
Ma una cosa dipende interamente da noi.
Decidere di provarci.
E cominciare da questa sera. Grazie
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