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Sarno avvelenato, il conto lo paga Castellammare: sequestrata industria conserviera a Sant’Antonio Abate

Scarichi fuori legge e rifiuti pericolosi. I veleni del fiume arrivano tutti alla foce di Castellammare di Stabia, tra mare vietato, pesca a rischio e turismo ferito

L’ennesimo colpo al fiume Sarno arriva da Sant’Antonio Abate, ma a pagarne le conseguenze, come sempre, è Castellammare. Il 9 settembre i Carabinieri Forestali hanno eseguito il sequestro preventivo parziale dell’impresa C.A., industria conserviera specializzata nella lavorazione del pomodoro.

L’operazione, scattata il 7 settembre nell’ambito della maxi-inchiesta sull’inquinamento del Sarno coordinata dalla Procura di Torre Annunziata, ha accertato un quadro pesantissimo: scarichi di acque reflue industriali senza autorizzazione, emissioni in atmosfera senza titolo, gestione illecita di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi.

I militari del Gruppo Carabinieri Forestale di Napoli – NIPAAF, con i tecnici dell’ARPAC di Napoli, hanno trovato uno scarico che superava di gran lunga i limiti per l’assimilazione alle acque domestiche, con volumi nettamente superiori a quelli consentiti dal Regolamento Regionale. In più, una caldaia da 2093 kW funzionava con l’autorizzazione alle emissioni scaduta. Nell’area dell’impianto, infine, fanghi di depurazione lasciati giacere oltre i termini di legge, imballaggi contaminati, tubi fluorescenti e cavi elettrici stoccati illegalmente.

Sigillati la linea di produzione, la vasca finale del depuratore chimico-fisico, la caldaia e le aree di stoccaggio illecito.

Perché riguarda direttamente Castellammare

Il comunicato parla di Sant’Antonio Abate, ma la geografia del disastro è chiara: tutto ciò che viene sversato nel bacino del Sarno e nei suoi affluenti finisce alla foce, che è a Castellammare di Stabia e a Torre Annunziata

È qui che si concentra il danno ambientale:

  1. Il mare. Il Sarno è considerato uno dei fiumi più inquinati d’Europa. I reflui industriali non depurati, carichi di sostanza organica, azoto e residui chimici, arrivano in mare e contribuiscono ai divieti di balneazione, alle acque torbide e maleodoranti che ogni estate colpiscono il litorale stabiese.
  2. Salute pubblica e pesca. I fanghi di depurazione e i rifiuti speciali gestiti illecitamente, se dilavati, rilasciano metalli pesanti e inquinanti persistenti che si accumulano nei sedimenti e nella catena alimentare. Un danno diretto per i pescatori e per i mitilicoltori del Golfo.
  3. Turismo ed economia. Castellammare sconta da decenni l’immagine di “foce del fiume più inquinato d’Italia”. Ogni nuovo sequestro conferma che l’inquinamento non è un’eredità del passato, ma un reato attuale che continua ad aggravare le conseguenze ambientali e a frenare ogni progetto di riqualificazione del waterfront.

Il sequestro si inserisce nell’attività sistematica avviata con il Protocollo d’intesa del 17 dicembre 2025, firmato dalle Procure di Avellino, Nocera Inferiore e Torre Annunziata, dalle Procure Generali di Napoli e Salerno, dall’ARPAC e dalle forze di polizia giudiziaria ambientale per colpire le cause dell’inquinamento del Sarno.

Si tratta di un’indagine ancora in fase preliminare: il sequestro dovrà essere convalidato dal GIP e l’indagato non può essere considerato colpevole fino a sentenza definitiva. Ma l’ennesima conferma è che per salvare il mare di Castellammare bisogna intervenire a monte, nelle fabbriche che sul Sarno continuano a scaricare come se fosse una fogna a cielo aperto.

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