Ecco cosa scrive su facebook don Salvatore Abagnale: “Ci sono giorni in cui una città smette di essere soltanto un intreccio di strade, case, rumori e abitudini, e torna ad essere comunità. Oggi, nella festa della mamma, mentre attraversavamo le vie della nostra città accompagnando San Catello, ho avuto la sensazione profonda di trovarmi dentro uno di quei giorni che restano nel cuore. C’erano le luminarie ad accendere la sera, i tamburelli tra le mani dei bambini, i palloncini che sembravano custodire il respiro leggero della speranza, le bancarelle, i volti affacciati ai balconi, gli occhi pieni di attesa e di gioia. Ma soprattutto c’era qualcosa che non si può comprare né organizzare soltanto: il desiderio di sentirsi parte di una storia comune. Erano anni che non si respirava un’atmosfera così. Anni in cui forse ci siamo abituati troppo facilmente alla stanchezza, alla disillusione, alla convinzione che la bellezza fosse ormai un lusso impossibile. E invece questa sera la città ci ha ricordato che la bellezza è necessaria. È necessaria come il pane. Perché una città senza festa lentamente si spegne, mentre una città che si ritrova attorno ai suoi simboli, ai suoi santi, alle sue tradizioni, ritrova anche la propria anima. Vedere insieme il popolo, le famiglie, i bambini, gli anziani, le autorità civili e religiose camminare dietro il nostro Santo Patrono è stato un segno forte. Non perfetto, non privo di fragilità — perché ogni comunità porta dentro le sue ferite — ma autentico. Ed è proprio nell’autenticità semplice delle persone che nasce la speranza. Per questo sento il desiderio di ringraziare sinceramente l’amministrazione comunale e tutti coloro che, con sacrificio, passione e dedizione, hanno reso possibile tutto questo. Dietro ogni luce accesa, dietro ogni dettaglio curato, dietro ogni gesto di accoglienza, c’è il lavoro silenzioso di uomini e donne che hanno scelto di donare alla città un volto più bello. Abbiamo bisogno di momenti così. Non per fuggire dalla realtà, ma per ricordarci che la realtà può ancora essere abitata dalla gioia. Perché quando un bambino sorride guardando una luminaria, quando una madre stringe la mano di suo figlio tra le strade in festa, quando una comunità si raccoglie attorno alla propria fede e alla propria storia, allora accade qualcosa di profondamente umano: ci riscopriamo meno soli. E forse è proprio questo il miracolo più grande delle feste popolari: farci capire che, nonostante tutto, esiste ancora un “noi”.



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