di Bruno Di Martino
Quarant’anni. Era il 12 settembre 1986 quando Annibale Ruccello moriva in un incidente stradale sull’autostrada Roma-Napoli. Aveva 30 anni. Ne sono passati 40, ma per la sua Castellammare il tempo sembra essersi fermato esattamente lì.
Drammaturgo, attore, regista. Nato a Castellammare nel 1956, Ruccello è stato uno degli autori più spietati e lucidi del teatro italiano del Novecento. Con opere come Ferdinando, Le cinque rose di Jennifer, Notturno di donna con ospiti e Anna Cappelli, ha raccontato la provincia del Sud, l’ipocrisia borghese, la solitudine feroce, la femminilità negata e desiderata, l’identità come maschera.
E ha raccontato soprattutto questa città.
Oggi, nell’anniversario della sua morte, a Castellammare resta poco di lui. Nessun teatro intitolato, nessuna casa museo stabile, nessun percorso permanente. La sua memoria sopravvive, ostinata, solo attraverso le sue parole. Parole che ancora graffiano.
«Nuie appartenimme a ’na brutta razza… a ’na brutta generazione ca nun tene ricordi… Chi nun tene passato nun tene manco futuro!»
È un verso de Le cinque rose di Jennifer, ma sembra scritto ieri per questa città. Una frase che quarant’anni dopo fa ancora male, perché è vera. Ruccello lo aveva capito prima di tutti: una comunità che rimuove il suo passato, che non custodisce i suoi figli migliori, si condanna a non avere futuro.
La sua Castellammare è descritta in quell’amarezza. Una città bella e dannata, immobile, incapace di fare i conti con se stessa. Eppure, proprio in quell’immobilità, il suo ricordo resiste.
Ruccello non ha mai avuto bisogno di monumenti. Gli basta il palcoscenico. Ogni volta che una sua opera viene messa in scena, in Italia e nel mondo, è Castellammare a parlare. Con la sua lingua tagliente, napoletana e colta insieme, con il suo dolore composto, con la sua ironia crudele.
Oggi, 12 settembre 2026, non è solo un anniversario. È un esame di coscienza per la città che gli ha dato i natali. Cosa abbiamo fatto di quell’eredità? Cosa abbiamo tenuto?
Forse, l’unico modo per non appartenere davvero a quella “brutta razza” è iniziare a ricordare.
Io ti ricordo.
Foto Giuseppe Del Rossi
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