Abitare la soglia con Speranza
Quando un anno finisce non lo fa mai davvero fuori di noi, non è soltanto il calendario a voltare pagina: siamo noi che, spesso senza accorgercene, sentiamo che qualcosa dentro si chiude e qualcosa chiede di aprirsi. È un tempo fragile, a volte coperto dal rumore delle feste, ma profondamente vero. È il momento in cui rallentiamo e ascoltiamo ciò che l’anno appena vissuto ha lasciato in noi.
Un anno non è fatto solo di date e avvenimenti, ma di relazioni, di scelte quotidiane, di parole pronunciate e di silenzi custoditi, è fatto di responsabilità assunte e di fatiche portate avanti con
costanza. Tutto questo ci abita e, nel passaggio da un anno all’altro, chiede di essere guardato con
onestà e senza scorciatoie. C’è, a volte, una malinconia discreta che accompagna questi giorni, non
è debolezza, ma consapevolezza, è il segno che nulla di ciò che viviamo è indifferente, abbiamo a
cuore la vita, le persone, il tempo che ci è affidato. La mente cerca di fare ordine, ma il cuore sa che
non tutto può essere chiarito subito, alcune cose vanno solo accolte, lasciate sedimentare, perché è
così che maturano. La fine dell’anno ci mette davanti alle nostre fragilità, quelle personali, ma
anche quelle che emergono nel modo in cui viviamo insieme, eppure le fragilità non sono solo
limiti: sono luoghi di verità. Ci mostrano dove siamo più umani e dove siamo chiamati a crescere;
restare lì, senza indurirsi e senza fuggire, è già un gesto di responsabilità.
Il nuovo anno non arriva come una soluzione pronta, che molte volte cerchiamo, arriva come una
possibilità concreta che chiede il nostro coinvolgimento. Ci ricorda che la vita non si osserva da
lontano, ma si vive dall’interno, non siamo spettatori del tempo che passa, ma partecipi di ciò che
accade, chiamati a dare forma alle giornate con le scelte, con le parole, con la qualità della nostra
presenza. In questo spazio di passaggio impariamo il valore dell’attesa; un’attesa che non è
immobilità, ma ascolto e discernimento. Come Maria, nostra Madre, Madre di Dio, che ha accolto
una promessa senza conoscerne il compimento, restando dentro la vita con fiducia. Non si è
sottratta alla storia, non ha evitato la complessità, ma ha custodito ciò che cresceva nel silenzio;
anche noi siamo spesso in bilico tra ciò che non comprendiamo ancora e ciò che ci è chiesto di
vivere, chiamati a fidarci senza smettere di essere responsabili.
Entriamo nel nuovo anno portando con noi ciò che siamo diventati: persone che hanno imparato che
l’impegno è spesso faticoso, che il cambiamento richiede tempo e che la verità non è mai scontata.
Ogni esperienza vissuta ci chiede di non restare in superficie, di non attraversare la realtà
distrattamente, ma di starci dentro fino in fondo. Siamo chiamati ad abitare ciò che viviamo con
presenza, responsabilità e sincerità, senza separarci dalla vita reale, senza delegare ad altri il
compito di dare senso e direzione a ciò che accade. Il nuovo anno non chiede certezze assolute, ma
fiducia e disponibilità, non chiede perfezione, ma coerenza. Ci invita a rallentare quando serve, a
scegliere con maggiore consapevolezza, a riconoscere che ogni gesto, anche il più semplice,
contribuisce a costruire il clima umano in cui viviamo. Restiamo sulla soglia, tra ciò che è stato e
ciò che sarà.
Apriamo questo nuovo anno affidandoci a Maria, che ci insegna a custodire la vita mentre accade, e
assumendo la responsabilità di esserci davvero. Un nuovo anno non è solo un tempo che inizia, ma
un invito a vivere in modo più autentico, sapendo che abitare la realtà con verità e cura è già, in sé,
un atto profondamente Spirituale.
Don Raffaele D’Antuno
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