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Castellammare, cimitero, scompare il defunto dalla tomba

La scoperta durante la commemorazione dei defunti. Una donna stabiese e sua madre, alla vigilia della commemorazione dei Defunti hanno fatto visita ai loro defunti nel cimitero di Castellammare. In mano un mazzo di fiori da deporre sul loculo marmoreo della loro famiglia dove però c’era segnato il nome di un altro defunto. E dove sono finiti i nostri morti?

Sulla lapide di famiglia non c’era più il nome del loro caro. Al suo posto, un altro cognome. Dentro il loculo, un’altra salma.

Nessun avviso. Nessuna comunicazione. Nessuna procedura di estumulazione notificata ai concessionari. Solo una scoperta fatta in piedi, davanti alla pietra, mentre intorno gli altri visitatori continuavano il loro rito del 2 novembre come se niente fosse.

«Voi qui non ci venite mai»

È forse questa la frase che pesa più del resto. Pronunciata, secondo il racconto delle due donne, da una persona presente sul posto nel momento della scoperta. Non una spiegazione, non un tentativo di chiarire. Una sentenza morale: se non venite spesso, non avete diritto di lamentarvi.

Come se la frequenza delle visite potesse sostituire un atto amministrativo. Come se l’assenza potesse trasformarsi in rinuncia.

Ma una concessione cimiteriale non si perde per assenza. Non si perde perché si va poco. Si perde, eventualmente, solo con atti formali, notifiche, scadenze documentate. E qui, a quanto raccontano le denuncianti, di formale non c’era nulla.

Il tratto di penna

Il secondo atto di questa storia si è consumato negli uffici cimiteriali. Lì, sui registri cartacei, le due donne avrebbero visto con i loro occhi ciò che nessun cittadino vorrebbe mai vedere in un archivio pubblico: il cognome della famiglia concessionaria depennato a mano, con una penna blu.

Sopra, o accanto, il nome della nuova “inquilina”.

Nessuna firma di rinuncia. Nessun atto di revoca. Nessun verbale. Solo un tratto di inchiostro che, in un colpo solo, avrebbe riscritto anni di storia familiare e di diritto d’uso.

Se confermato, non sarebbe un semplice errore burocratico. Sarebbe la dimostrazione che in un luogo dove tutto dovrebbe essere tracciato, protocollato, conservato, è stato possibile intervenire con la stessa facilità con cui si corregge un quaderno di scuola.

Ed è questo il punto che trasforma una vicenda privata in una questione pubblica.

Perché se un nome può sparire così da un registro, quanti altri nomi possono essere spariti allo stesso modo, senza che nessuno se ne accorgesse? Quanti loculi, quante cappelle, quante concessioni sono state “aggiornate” a penna, senza che i legittimi titolari lo sapessero?

Non è solo una tomba

La denuncia ora è sui tavoli dei Carabinieri. Saranno le indagini a stabilire se si tratta di un errore, di una leggerezza amministrativa, di una catena di omissioni o di qualcosa di più grave.

Ma al di là dell’esito giudiziario, resta un interrogativo che riguarda tutti i cittadini di Castellammare, e non solo questa famiglia: chi garantisce la memoria?

Un cimitero non è solo un luogo di sepoltura. È l’archivio più delicato di una città. Lì si incrociano diritti, affetti, soldi pubblici, concessioni decennali, identità. Se in quell’archivio si può intervenire senza lasciare traccia ufficiale, allora non è più un archivio. È un foglio bianco a disposizione di chi ha la penna in mano.

E la domanda più dolorosa, quella che le due donne si pongono da giorni, non è ancora stata ascoltata con una risposta: che fine hanno fatto i resti dei loro cari? Dove sono stati spostati? Con quale autorizzazione? E perché nessuno le ha avvertite?

Perché un loculo non è un parcheggio che si libera. Dentro c’è una persona. C’è una storia. C’è una famiglia che ha pagato, che ha firmato, che ha creduto che quel nome scolpito sul marmo valesse per sempre.

Ora quel nome non c’è più. Resta il tratto blu di una penna.

E resta, per tutta la città, un dovere: pretendere che il Comune spieghi, documento per documento, come sia stato possibile.

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