C’è una data che a Castellammare non si può dimenticare. È il 3 novembre 1971, il giorno in cui la protesta di un centinaio di disoccupati si trasformò in una rivolta popolare che paralizzò la città, con scontri durissimi con le forze dell’ordine, lacrimogeni, idranti, autobus incendiati e gente costretta a gettarsi in mare per sfuggire alle cariche.
Una giornata che non nacque dal nulla, ma fu l’esplosione di una tensione accumulata da mesi, forse da anni.
Una città senza lavoro
All’inizio degli anni Settanta, Castellammare viveva una crisi profonda. Nell’aprile del 1970 erano già esplose le prime proteste dei disoccupati contro l’amministrazione comunale per la riduzione dei cantieri di lavoro da sei a tre mesi. Si chiedeva l’avvio immediato di lavori di manutenzione di strade e spiagge, per i quali erano stati stanziati centinaia di milioni.
La protesta si allargò presto contro l’ufficio di collocamento, accusato di una gestione clientelare degli avviamenti, fino all’ipotesi di un vero e proprio commercio di quei posti, pur precari.
Nell’aprile del 1971 le proteste ripresero e sfociarono nell’occupazione del Comune, nella mattinata di giovedì 8, per reclamare l’immediata apertura dei cantieri scuola. A luglio, il 14 e il 15, un’altra occupazione. La situazione, come la definiscono le cronache dell’epoca, era «esplosiva»: 4.400 disoccupati iscritti al Collocamento e 15mila emigranti nell’ultimo decennio, che avevano alleggerito solo di poco il quadro.
I dati del censimento raccontavano il declino: gli occupati nell’industria erano passati dai 5.080 del 1961 ai 4.390 del 1971, mentre anche l’agricoltura continuava a perdere addetti, da 2.606 a 2.230.
Cgil, Cisl e Uil avevano elaborato una piattaforma rivendicativa: sblocco delle opere pubbliche, costruzione del liceo scientifico e dell’Istituto Tecnico Industriale, nuovo macello comunale, appartamenti Iacp e Gescal, potenziamento delle industrie cittadine e dei Magazzini Generali.
La scintilla: la paga decurtata
Intorno alle 9.30 di mercoledì 3 novembre, un centinaio di cantieristi iniziò la protesta nei pressi dell’allora Casa Comunale, l’ex Banca d’Italia al Corso Vittorio Emanuele, contro il sindaco Vincenzo Dattilo e l’assessore ai lavori pubblici Roberto Gava.
La scintilla fu la decisione del Prefetto di ridurre il compenso, pagato con fondi del Ministero del Tesoro, ai disoccupati impegnati da tre a sei mesi in lavori di pubblica utilità, i cosiddetti cantieri scuola. L’accusa rivolta al sindaco era di aver accettato la circolare prefettizia e di averla applicata subito, con la decurtazione della paga.
Altre volte manifestazioni simili si erano risolte pacificamente, con la polizia a presidio del Municipio. Quella mattina, invece, le forze dell’ordine intervennero massicciamente, con rinforzi dalla questura, camionette e idranti.
Cariche, lacrimogeni e fuga verso il mare
«Tutto accadde improvvisamente, con micidiali cariche della polizia armata inizialmente soltanto di sfollagente, ma poi si diede ad una vera e propria caccia ai manifestanti con le camionette, bombe lacrimogene e carri capaci di sparare micidiali getti d’acqua gelida», racconta lo storico Raffaele Scala nella sua ricostruzione.
Ci fu un fuggi fuggi generale: manifestanti, passanti e curiosi furono costretti a gettarsi nel mare antistante la Villa Comunale per sfuggire agli attacchi. Poi i cantieristi e gli altri disoccupati si riorganizzarono, aiutati da studenti, giovani, operai e militanti della sinistra extraparlamentare accorsi sul posto, preparando una resistenza per contrastare la violenza poliziesca.
Le camionette sfrecciavano tra vie e vicoletti, intorno all’epicentro della lotta. Autobus incendiati in Piazza Ferrovia, automobili in fiamme lungo il Corso e il lungomare. Le violenze continuarono fino a mezzogiorno, quando si sparse la voce dell’uccisione di un ragazzo di sedici anni. Si scoprì poi che il ragazzo, Gaetano Rapicano, era rimasto gravemente ferito a un occhio dal lancio di un candelotto lacrimogeno.
Gli scontri ripresero nel pomeriggio, con violenti tafferugli in pieno assetto di guerra. Una camionetta fu assalita, gli agenti malmenati, a un fotografo professionista fu distrutta la macchina fotografica.
Prima dell’inizio dei gravi incidenti, Saul Cosenza, segretario cittadino del Pci, e Luigi D’Auria avevano tentato di parlare con il vice questore, cercando di convincerlo a far allontanare la polizia.
«Non bombe lacrimogene ma lavoro»
Nel pomeriggio, Psi, Pci e Psiup uscirono con un volantino-manifesto intitolato «Tutta la città lotta per il lavoro»:
«Contro Castellammare che si batte per lo sviluppo economico e l’occupazione si è scatenata una violenta reazione poliziesca. Solo la responsabilità della classe operaia e dei cittadini ha potuto evitare il peggio […] Non bombe lacrimogene ma lavoro, Castellammare non può più attendere».
Cgil, Cisl e Uil presero le distanze dall’esplosione di violenza, ricordando lo sciopero generale già proclamato per il 9 novembre sui temi del lavoro e invitando lavoratori e disoccupati a respingere tentativi di strumentalizzazione e provocazioni.
La notizia fece il giro d’Italia. Giornali da tutta la penisola inviarono i loro corrispondenti, dal Corriere della Sera all’* Espresso*, con firme prestigiose come quella di Giuseppe Galasso. Per giorni si sprecarono analisi sociologiche e antropologiche sulla Castellammare operaia, la «Stalingrado del Sud».
Le conseguenze
Passata la tempesta, arrivarono le denunce: 65 denunce per adunata sediziosa, 10 fermi e 7 mandati di cattura. Poi altri arresti, 12 in una prima fase e altri 7 il 15 gennaio, con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale e adunata sediziosa.
Restavano, irrisolti, i problemi di fondo: la disoccupazione giovanile, la continua espulsione dalle realtà produttive, la fame di lavoro. Le organizzazioni sindacali chiamarono di nuovo la città allo sciopero generale dell’8 febbraio 1972, rivendicando lo sblocco dei fondi per le opere pubbliche, una nuova politica di investimenti delle partecipazioni statali, l’ampliamento del porto stabiese e la realizzazione del super bacino di carenaggio a Napoli.
Ma intanto, altre industrie entravano in crisi: la Calce e Cementi Segni, la Cirio, i Cantieri Metallurgici, l’ Avis. Tutte destinate a scomparire negli anni a venire.
A 55 anni di distanza, quel 3 novembre resta impresso nella memoria cittadina non solo come una giornata di violenza, ma come il punto più alto di una lotta dignitosa: quella di una città che chiedeva soltanto lavoro. (per maggiori approfondimenti andare sulla pagina Facebook Libero Ricercatore)
(foto originale in bianco e nero Credit Libero Ricercatore)
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